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Aglaia Haritz disegna con la macchina per cucire tessendo fili di
relazioni umane, oltre i limiti del rettangolo fotografico e lo sguardo
d'autore di Reto Albertalli.
Un’intensa ricerca a due, fatta di contrasti, stimoli e viaggi,
gli ultimi dei quali hanno portati i due artisti nei territori occupati
palestinesi: luoghi di conflitti, ingiustizie e storie di vite che
resistono.Occasione per il fotografo di continuare a cercare con gli
occhi, anche qui, le tracce indelebili e le cicatrici che permangono
oltre l'attenzione dei media, nelle terre, nei luoghi e nella gente.
Aglaia lavora invece in una forma di critica al mezzo mediatico
meccanico e maschile, che fornisce informazione effimera, prolungandolo
in linguaggio femminile e tecnica riflessiva.Si alternano così
drammatizzazione e speranza, alla ricerca di quel luogo che permetta
un'umana comprensione dell'altro.
Nel 2008 Aglaia haritz e Reto Albertalli sono stati a Hebron e Jayyous,
in Palestina, con l’associazione PWS (Peace Watch Switzerland).
Nel 2010 Reto ha soggiornato due mesi e mezzo a Jenin, in Palestina, al
Refugee Camp e al Freedom Theater ad insegnare, non remunerato,
fotografia, mentre Aglaia lo ha raggiunto per l’ultimo periodo
del soggiorno.
All’esposizione a Officinaarte sono esposti dei
ritratti di ex combattenti,-i vivi sono in bianco e nero-, scattati con
Hasselblad, stampa analogica su carta baritata allo scopo di
trasmettere intimità e preziosità di ogni singolo
individuo.
In contrapposizione a queste immagini profonde, i morti sono presentati
su poster a colori luminosi incollati direttamente sul muro. Le
immagini dei martiri sono rovinate dal tempo, dall’intervento
della gente e dalle intemperie.
Emana anche una certa luce, l’installazione “Madonne
Palestinesi”. Le celeberrime Madonne della storia
dell’arte, sono presentate in fotocopia b/n, come icone su sfondo
oro, dove si staglia il rosso del kefiah, forte simbolo palestinese: un
desiderio di riscrivere la storia in modo più chiaro per il
fatto che la Madonna era palestinese, era una donna e non era vergine.
Il forte desiderio di dare importanza alla donna, alla
femminilità così oppressa, nascosta e castrata in
pubblico, si può leggere nell’installazione
“Abaja” il soprabito nero che, secondo il corano, tutte le
donne musulmane dovrebbero indossare in pubblico, per nascondere il
desiderio che provoca la presenza del loro corpo femminile. La donna
nei paesi arabi è una potenzialità nascosta e sottomessa.
Da bozzolo, come è ora, la donna potrebbe liberarsi, aprirsi,
mostrarsi e diventare una splendida farfalla, dove femminilità e
comprensione sono la speranza del futuro, in contrapposizione a guerra
e violenza a cui siamo abituati per risolvere i conflitti.
Si incontrano due mondi nei grandi tessuti cuciti, dove le splendide
fotografie presentano una realtà immortalata da un occhio
sensibile, che viene prolungata oltre ai bordi della fotografia in un
mondo fatto di stoffe, colori, fili e cucito.
Un assemblaggio di suoni ripresi in differenti posti in Palestina cuce
tutti i lavori presentati, ricamando un’atmosfera poetica, forte
e seria.
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