
COMUNICATO STAMPA
UN'ONSERNONE
Topografie affettive di Stefano Spinelli
Immobilità apparente di Alessandro Vicario
Mostra fotografica a cura di Flavia Zanetti e Antonio Ria
Officinaarte da sabato 25 ottobre a domenica 23 novembre 2008
Via Cantonale 57, CH-6983 Magliaso-Lugano
vernice sabato 25 ottobre ore 16.00
orari sabato e domenica 14.00 –17.00
mercoledi 19.00 – 21.00, o su appuntamento (0041)91 606 46 02
catalogo a cura di Antonio Ria
Dal
25 ottobre al 23 novembre è esposta presso la Galleria
Officinaarte di Magliaso (Lugano) la mostra Un’Onsernone, in due
sezioni, con fotografie di Stefano Spinelli (Topografie affettive) e
Alessandro Vicario (Immobilità apparente).
“Guidati” dalla gallerista Flavia Zanetti-Ambrosini, che
cura la mostra insieme ad Antonio Ria, i due autori danno una visione
molto personale e “creativa” di questa valle montana del
Locarnese, soffermandosi rispettivamente sull’energia/magia dei
luoghi – tra quotidianità e utopia – e sulla
immobilità/trasformazione degli elementi primari che ne hanno
“segnato” la storia: l’acqua e la pietra.
Catalogo ELR Edizioni Le Ricerche, a cura di Antonio Ria.
Officinaarte
apre i suoi spazi espositivi al confronto dialettico e all’unione
di due linguaggi fotografici di due artisti ormai affermati:
l’italo-svizzero Stefano Spinelli e l’italiano Alessandro
Vicario. La gallerista Flavia Zanetti-Ambrosini, legata affettivamente
a questa valle montana del Locarnese, ha offerto loro la
“sua” Onsernone, centrata soprattutto su Spruga e Comologno.
Seguendo
queste tracce, Spinelli e Vicario hanno ricreato la “loro”
Onsernone, che si concretizza in questa emozionante esposizione che, da
sotto il villaggio di Auressio, spazia fino ai Bagni di Craveggia e
all’Alpe Salei, passando per il Ponte Oscuro, Comologno e Spruga.
Sia pure in modi differenti e secondo diverse sensibilità, essi
hanno colto l’anima di questi luoghi.
Stefano
Spinelli ha lavorato a partire dai ricordi di Flavia Zanetti, dal
racconto di suoni, odori, colori, persone, e ha scoperto «luoghi
vertiginosi, colmi di estremi – ruvidi e dolci, aspri e sereni
–, attraversati da un’energia, quasi da una magia, che non
lascia indifferenti, ma che anzi travolge sempre più con la sua
vibrazione. La natura spontaneamente parla: così ogni luogo ha
il suo idioma, il suo logos, la sua ragione. L’intelligenza
dell’uomo sta nel riconoscere e integrare questa logica nel
proprio vivere, facendola divenire parte del proprio panorama
esistenziale, e matrice di cultura, elemento strutturante nella
costruzione di una possibile Weltanschauung, tra quotidianità e
utopia».
Alessandro
Vicario ha concentrato la sua attenzione sull’acqua e sulla
pietra, due elementi primari che hanno modellato la storia e la vita
della valle: «Mi affascina il contrasto tra
l’immobilità della pietra e lo scorrere dell’acqua.
L’immobilità della pietra, del resto, è solo
apparente. Anche la pietra si trasforma e muta. È erosa
dall’acqua: modellata dal suo scorrere senza posa. Come tutto
ciò che è nel mondo, anche la pietra è in continua
trasformazione, benché a noi appaia fissa e immobile. Ora,
mentre scrivo, la pietra e i sassi e i ciottoli fotografati al Ponte
Oscuro e ai Bagni di Craveggia continuano a mutare. E, quando il
pubblico osserverà le immagini in galleria o nel catalogo, la
pietra starà continuando la sua inarrestabile
trasformazione».
Le
fotografie di Stefano Spinelli e di Alessandro Vicario sono tra loro
complementari e rendono molto bene il senso di un’Onsernone viva,
vera, mai enfatica o nostalgica o da cartolina.
Il
catalogo che accompagna la mostra è curato da Antonio Ria ed
è pubblicato da ELR Edizioni Le Ricerche (casa editrice fondata
da Jean Olaniszyn, onsernonese da parte materna).
NOTE BIOGRAFICHE SUGLI AUTORI
Stefano Spinelli
è nato nel 1963 a Ponte Tresa, un villaggio di frontiera fra
Svizzera e Italia, dove – dopo aver vissuto in varie città
(tra cui Firenze, San Francisco, Ginevra e Gerusalemme) – da
qualche anno è tornato a risiedere e in cui ha aperto il suo
studio professionale.
È di
formazione fotografo e sociologo. Si è diplomato in fotografia
nel 1985 alla scuola d’arte Fortman Studios di Firenze. Laurea e
successivo Diploma in Sociologia a Ginevra nel 1995 (una disciplina
umanistica che non ha quasi praticato professionalmente ma che è
andata a influenzare, dove più e dove meno ovviamente, il suo
sguardo e la sua riflessione di fotografo).
Negli anni
’90 ha avuto esperienze nel campo della produzione
cinematografica, tanto come operatore che come assistente regista e
produttore esecutivo in varie realizzazioni per il cinema e la
televisione.
Da anni, con il
suo lavoro artistico fotografico, realizza serie di immagini tra
l’essere documento, estrazioni soggettive di realtà e
riflessioni circa l’atto e il mezzo fotografico stesso. Il
concetto medesimo di confine è parte centrale nella sua
produzione fotografica.
Queste sue
esplorazioni sono state esposte in varie mostre personali e collettive
presso musei e gallerie svizzere e italiane. Suoi lavori fanno parte di
collezioni pubbliche e private.
Alessandro
Vicario è nato a Modena nel 1968. Ha cominciato a fotografare da
bambino, sotto la guida del padre, il fotografo Ennio Vicario. È
cresciuto e ha studiato a Milano, dove si è laureato in Lettere
Moderne e dove tuttora risiede. Nel corso degli studi universitari ha
seguito seminari di fotografia. Nel 1997 ha vinto una borsa di studio
che gli ha permesso di frequentare il corso di Fotografia Professionale
presso l’Istituto Italiano di Fotografia a Milano.
È autore di lavori incentrati sui temi della memoria e del paesaggio.
Ha partecipato a
importanti campagne fotografiche sul territorio, commissionate da
istituzioni pubbliche e private; e ha pubblicato le monografie Un
paesaggio ritrovato. A Demonte e in Valle Stura sulle tracce di Lalla
Romano, a cura di Antonio Ria, Weber & Weber, Torino 2006, e ELR
Edizioni Le Ricerche, Losone (Cantone Ticino) 2006; Frammenti domestici
tra memoria e oblio, a cura di Gigliola Foschi, Gruppo Immagine, Milano
2005; Paesaggi d’assenza. Sulle tracce di Lalla Romano, a cura di
Antonio Ria, ELR Edizioni Le Ricerche, Losone (Cantone Ticino) 2004.
È
rappresentato dalla
Kernotart Gallery di Parigi e dalla Galleria Officinaarte di Magliaso
(Lugano). Sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private, in
Italia e all’estero. All’attività professionale e
artistica affianca l’impegno didattico, tenendo corsi e workshop
in scuole pubbliche e private, tra cui l’Istituto Italiano di
Fotografia di Milano.
Sito internet: www.alessandrovicario.eu
 |
 |
 |
| Spinelli - Gola del Ribo 07 |
|
| Spinelli - I Saléi Viécc 08 |
|
| Spinelli - L'Alpe Saléi 08 |
|
|
 |
 |
 |
| Spinelli - La valle del Corno 08 |
|
| Spinelli - Laghetto del Salei 08 |
|
| Vicario - Bagni di Craveggia 08 |
|
|
|
 |
 |
 |
| Vicario - Spruga strada per Bagni di Craveggia 08 |
|
| Vicario - Bagni di Craveggia 08 |
|
|
 |
| Vicario- Craveggia 08 |
Clicca su un'immagine per ingrandirla
Note di lavoro, riflessioni
Un’Onsernone
Topografie affettive (Stefano Spinelli)
Lo spunto per questo lavoro fotografico prende forma dai ricordi
d’infanzia della gallerista Flavia Zanetti. Il racconto dei suoi
luoghi, e non solo: dei suoni dei nomi, degli odori, di piante, di
piccole erbe, dei colori, delle luci; del baluginare dell’acqua
sulle rocce; e poi l’alpe, i giochi, la strada grigia, i monti, i
Bagni, le cacche di capra… La “sua” Onsernone,
insomma.
Entro così in quel territorio a me sconosciuto, ma subito carico di sensazioni. Oltre il racconto.
Scopro dei luoghi vertiginosi, colmi di estremi – ruvidi e dolci,
aspri e sereni –, attraversati da un’energia, quasi da una
magia, che non lascia indifferenti, ma che anzi travolge sempre
più con la sua vibrazione.
La natura spontaneamente parla: così ogni luogo ha il suo
idioma, il suo lógos, la sua ragione. L’intelligenza
dell’uomo sta nel riconoscere e integrare questa logica nel
proprio vivere, facendola divenire parte del proprio panorama
esistenziale, matrice di cultura, elemento strutturante nella
costruzione di una possibile Weltanschauung, tra quotidianità e
utopia.
Ed è questa voce primigenia che, in fondo, identifica il nostro
punto di partenza, ma anche quello di arrivo, dove poter tornare per
ricominciare a cercare il senso. E dove, pure – talvolta –
con leggerezza potersi perdere.
Ecco, questo mi è parso incontrare e ho provato a cogliere
attraversando con le immagini alcuni luoghi di Flavia Zanetti
nell’alta Onsernone.
Stefano Spinelli - Ponte Tresa, luglio 2008
Un’Onsernone
Immobilità apparente (Alessandro Vicario)
La prima volta che visitai i Bagni di Craveggia, in occasione di un
sopralluogo condotto assieme alla gallerista Flavia Zanetti,
all’editore Jean Olaniszyn e al collega Stefano Spinelli, subito
fui colpito dal caratteristico color ruggine variamente visibile sulla
superficie di molte pietre e ciottoli che occupano l’alveo del
fiume Isorno.
Presi un bel sasso poco più lungo di una spanna e lo portai a
casa. Immaginavo che la tinta – dovuta, suppongo, alla componente
ferrosa dell’acqua – fosse permanente. E invece, con mia
delusione, dopo un po’ di tempo (non ricordo se giorni,
settimane, o mesi), quella bella pietra rossastra, dalla forma un
po’ squadrata (una sorta di parallelepipedo smussato e
rotondeggiante) è diventata scura, incolore. Le parti ove
più intenso era il colore sono diventate ancora più cupe
del resto: si sono coperte di uno strato, opaco, di grigio. Ho
conservato comunque il sasso. Mi piace anche così: nel suo nuovo
(e a quanto pare più stabile) aspetto. La sua vista mi ricorda
sempre l’atmosfera e i colori dei Bagni. Mi ricorda soprattutto
il rumore fragoroso – monotono ma non per questo noioso
– dell’acqua che scorre incessante tra le pietre e i
ciottoli.
Mi affascina il contrasto tra l’immobilità della pietra e
lo scorrere dell’acqua. L’immobilità della pietra,
del resto, è solo apparente. Anche la pietra si trasforma e
muta. È erosa dall’acqua: modellata dal suo scorrere senza
posa.
Come tutto ciò che è nel mondo, anche la pietra è
in continua trasformazione, benché a noi appaia fissa e immobile.
Ora, mentre scrivo, la pietra e i sassi e i ciottoli fotografati a
Ponte Oscuro e ai Bagni di Craveggia continuano a mutare. E quando il
pubblico osserverà le immagini esposte in galleria o nel
catalogo, la pietra starà continuando la sua inarrestabile
trasformazione.
Alessandro Vicario - Milano, giugno 2008
Un’Onsernone (Flavia Zanetti-Ambrosini)
Una tra le tante, tante quante sono le persone che la vivono, la
ricercano e la rinnovano costantemente dentro di sé. La mia
Onsernone l’ho affidata a due artisti, Stefano Spinelli e
Alessandro Vicario, che ho accompagnato perché la conoscessero
e, sulle mie tracce, ne ricreassero un’altra, attraverso le loro
fotografie.
Nel 1947 la mia famiglia veniva dal piano, eravamo fore’st
[forestieri, provenienti da fuori valle], ma Spruga ci accolse con
l’affabilità e la forza della sua comunità di
duecento persone: con la scuola elementare, due botteghe e tre
ristoranti, due centrali elettriche.
Da allora la mia Onsernone comprende la strada dei Bagni [Bagni di
Craveggia], i Saléi e il Pescedo, il Laghetto, il Pizzo Zucchero
– un magico straordinario paesaggio –, i Costierb da Sott
[monte sulla Strada dei Bagni], il Tecc, l’Oviga, la Taiada,
l’alpe Casone, i monti sopra il villaggio, il Mussolini [montagna
italiana che sta ad est di Spruga e che sembra una persona distesa], il
Pizzo Ruggia, il Cappellino, Comologno con la piazza, la Chiesa, il
sagrato e il cimitero «più bello del mondo»:
giù, di curva in curva fino al Ponte Oscuro, Russo, fino a sotto
Auressio, da dove si può vedere per la prima volta Spruga, sulla
linea dei villaggi, quando si entra in valle.
La valle Onsernone con il fiume Isorno è diventata un onphalos
[ombelico], il centro del mio mondo mentale e emotivo: il grigio della
pietra e dei cuért [tetti], i mille verdi di cróat [abeti
bianchi, importante riserva sul versante “oviga” della
valle], larici, frassini, abeti rossi, faggi, le foglioline nuove in
primavera, il luccichio delle pareti rocciose, i fiori, le farfalle,
l’odore del fieno e delle capre, i dirupi, i balm [sporgenze di
roccia, sinonimo di sprüg], ma soprattutto la parlata della gente:
affascinante, diretta e ironica.
È per me un confronto continuo tra il mondo che mi ha pervasa da
piccola e quello che ho dentro, modificato dall’esperienza di una
vita.
Il centro attorno a cui tutto ruotava era perciò Spruga, con
l’edificio doganale, dove abitavo: i cinque anni di scuola
elementare nel Capelan [edificio, risalente al ’700, adibito a
scuola e affidata dapprima a un religioso e poi scuola elementare fino
al 1961; ora ostello della gioventù], col maestro Carlin [il
maestro Carlo Candolfi] e i miei compagni, i giochi nel piccolo recinto
con una palla – che finiva regolarmente nell’orto
dell’Ortensia – o col fazzoletto, i sassolini e veramente
poco d’altro. Mi ricordo che a turno in due, io sempre con Irma,
il mattino si portavano da casa alcuni pezzi di legno e fuscelli per
accendere la stufa posta in mezzo all’aula, vicino alla quale
spesso andavamo a riscaldarci le mani durante le lezioni.
In Piazzetta invece con la bella stagione si giocava a bara [gioco
collettivo] anche con i ragazzi più grandi, ci si rincorreva
nelle s’trecc [strette vie del paese], si affrontavano
interminabili partite al volano. E poi le lunghe ore
nell’oratorio di Santa Croce con don Domenico Galli a imparare a
memoria in latino le risposte della messa. O le confessioni con in mano
il bigliettino per non dimenticare i peccati.
Ricordo l’Angelo e il Gianni, i miei due compagni che hanno
iniziato con me nel 1951 la scuola e già morti da un pezzo;
ricordo bene tante altre persone morte o che ho visto morire, come la
«póra Asunta»: era una donnina angelica che abitava
molto vicino a noi col marito Teodor: ho assistito, vicino al suo
letto, alla sua lunghissima agonia, fino al suo spirare, con la mamma i
vicini i parenti, poiché era fortissimo il legame tra le
persone. E poi la Dosolina, la Celes’ta, la Clotilde, la
Giüditin, la Liléta, il professor Augusto U. Tarabori, il
signor Aglio, il postino burbero che mi intimoriva, lo zio Fiur, la
cara «Maria dala cooperativa», la Norma, caduta in un
burrone sulla strada dei Bagni a diciassette anni, la tragica figura
della sua mamma, l’Aida, e poi il vecchio Jacomin che cercava
sempre la Kafa per il mal di testa, la «Clara da Sota al
Tabid», il saggio e mite Sant che intrecciava cesti con i
culöri [rametti verdi e sbucciati di nocciolo].
Ora sono rimaste vive in poche, le persone, come la mia eroica amica
Irma e il suo Natalino, la Fernanda, la Richéta, la Giovanna,
l’Eli e l’Agnes, la Milia, il Rolando, il Franco e
pochissimi giovani che amano e fanno amare chi vi torna.
C’è ancora l’Onsernone del bosco che ha preso il
posto di molti ripidi pendii che una volta falciavano con la ranza e la
médula [la falce a mezzaluna], soprattutto le donne con sü
i pedü ‘l capiéll e’panétt [con i
peduli, il cappello e il foulard]. E ancora quella che ho visto finire,
prima del 1960, degli ultimi sfrusitt, i contrabbandieri di sigarette,
che attraverso la Bocchetta di sant’Antonio in fondo alla valle
del Corno varcavano il confine svizzero eludendo i controlli dei
finanzieri italiani. La Ida e la Mida li alloggiavano nella loro casa,
dove confezionavano le bricolle con cui ripartivano in forza il giorno
dopo verso la Val Vigezzo. Li vedevo come uomini coraggiosi che
facevano sforzi immani per sfamare la loro famiglia. Avranno avuto
paura? Io sì: come gli altri bambini, temevo i temporali
violenti, il genuviéll [un rapace che volta a volta può
essere il falco o l’astore o il gheppio], che ci portava via se
non facevamo i bravi, la s’guaita [la civetta], che si avvicinava
alle case di chi stava per morire, come per la «pora
Madame», e quel diavolo terribile dipinto su una cappella della
Via Crucis a Comologno.
Come dimenticare il lungo inverno, il freddo, il silenzio assoluto, i
muraglioni di neve tra cui si camminava, il ghiaccio, le mani e i piedi
gelati, la gente che spalava, spalava senza fine? O il tragitto
Spruga-Locarno dell’autopostale che impiegava tre/quattro ore,
perché l’autista ogni tanto scendeva e si metteva a
spalare neve?
Per finire un accenno al dialetto di Spruga, preziosissimo elemento che tiene insieme l’anima
di quel mondo: I bardessa i geva: a sémm mi’ga
mallevècc, a semm daldricc, a g’ügum vuntiira in
piazéta a bara anc’a a pii scülz, a famm i
cupiécc in dal pra, a vültum la bala fin g’iü a
la fimm e a la trovum più; a vamm a leriui a fruii e a
fün’g: a giübezzum navata; a mangium tanti triful,
pulenta e lècc: a semm mig’a lécard. Begna
pöö che a iutüm dré ’l fegn, al
re’gediu in di vacanz da scòla sü al
Piansé’cc, al Tabid, al Fenéi e a la Mundada. [I
ragazzi dicevano: non siamo maleducati ma perbene, giochiamo volentieri
a bara anche a piedi nudi, facciamo capriole nel prato, la palla ci
rotola fino al fiume e non la troviamo più; cogliamo mirtilli,
fragole, funghi: non sprechiamo nulla; mangiamo tante patate, polenta e
latte: non siamo schizzinosi. Durante le vacanze scolastiche bisogna
poi aiutare per il primo e il secondo fieno sui nostri monti].
Vicende normalissime di un pezzettino di mondo che alimenta la forza di
andare avanti ogni giorno: una piccola e grandiosa terra che dà
generosamente più di ciò che si desidera.
Flavia Zanetti-Ambrosini
Per maggiori informazioni e richiesta di materiali fotografici:
Per la Svizzera: Officinaarte (Flavia Zanetti): tel.+41.(0)91.6064602; natel/cell. +41.(0)79.23463 11;
e-mail:officina@ticino.com
Per l’Italia: Antonio Ria – Via Brera 17 – 20121 Milano
Tel. e fax: +39.02.86463326; cell./ +39.348.5601217; e-mail: antonioria@libero.it