in pietra e luce

STEFANO SPINELLI

sabato 25 gennaio-domenica 23 febbraio

in pietra e luce

trame di memoria,
gerusalemme - fotografia


Gerusalemme: tra le pietre e la luce della storia
Di Simonetta della Seta



Gerusalemme, porto di mare in riva all’eternità”, ha scritto il poeta Yehuda Amichai. Un porto che ha conosciuto molte guerre e dove la ricerca della pace pare sempre accompagnata, e perfino sopraffatta, da continue esplosioni di violenza.

Esistono luoghi che si rivelano un po’ alla volta. Che ci lasciano scoprire la loro complessità gradualmente, con il passare del tempo, con la lenta conquista di percezioni più intime. Non è così per Gerusalemme. Sin dal primo impatto, i suoi contrasti frastornano, il suo coro di voci dissonanti assorda, la sua complessità soffoca.

Quando dal Monte degli Olivi lo sguardo abbraccia le mura e vorrebbe riposarsi sul colore caldo delle pietre, la cupola d’oro, ombelico della città e dei suoi conflitti, emana nei suoi riflessi gli interrogativi della città più contesa nella storia.

Allo stesso tempo, li placa e li proietta in una straordinaria eternità.

E’ con un solo sguardo appunto, che si intuisce perché qui neppure i politici più audaci, o quelli spinti da maggiore desiderio di pace, siano riusciti a mettere d’accordo un pugno di uomini. E perché tante trattative si sono arenate proprio sul destino di una città nata per essere luogo di pace.

Questo agglomerato di case costruite su un crinale sassoso, in cui vive poco più di mezzo milione di persone (la popolazione attuale è di 634.000 abitanti, di cui 424.000 ebrei, 200.000 musulmani e circa 11.000 cristiani ) nasconde nelle sue pieghe troppe cicatrici e ragioni della storia.

Sulle stesse pietre hanno infatti preso forma la Yerushalayim ebraica, la Città Santa cristiana, la Al Quds musulmana. La Gerusalemme del passato e quella del presente, quella reale e quella immaginaria, la città sacra e quella secolare. Quella dei suoi abitanti, dei pellegrini, dei turisti e della politica. Quella degli attentati, dei posti di blocco, della paura e della speranza. Quella che sopravviverà a mille altre guerre.

Per i musulmani Al Quds, La Santa, è il terzo luogo sacro all’islam dopo La Mecca e Medina. Chi abita a Gerusalemme è "un combattente di Allah". "Morire a Gerusalemme è come morire in cielo". Secondo la tradizione islamica Maometto cominciò il suo viaggio notturno (isra’) narrato nel Corano con un’ascensione (mi’raj) dalla roccia sulla quale fu costruito nel 691 d.C. lo splendido santuario ottagonale che oggi, con la sua doratura, brilla al sole mediorientale. L’intera spianata dove sorge anche la moschea di Al Aqsa è chiamata Haram el Sharif, il Nobile Recinto sacro all’islam.

Nell’ebraismo il Monte Moriah, ovvero il luogo dove sorgeva il Tempio di Gerusalemme (e dove successivamente furono edificate le moschee), è secondo la tradizione ebraica l’unico posto al mondo a mantenere il suo stato di santità eterno, perché la presenza di Dio (shekhinah) vi si trova in permanenza e non lo abbandona mai. Non a caso il ritorno a Gerusalemme è implorato in tutte le preghiere ebraiche: le sinagoghe e le tombe in tutto il mondo sono orientate verso Gerusalemme.

Per i cristiani il significato messianico si è concretizzato nella vita e nella morte di Gesù Cristo, e Gerusalemme, suo teatro, è il primo luogo santo dove nel IV secolo d.C. i fedeli cristiani hanno ritrovato le tracce del Messia.

Gerusalemme incarna dunque la fede in un Dio unico. Eppure è anche il simbolo della frammentazione del monoteismo. Ne parlano – lo gridano - i suoi tre santuari più importanti, la loro storia, il loro immaginario, i loro resti.

La Gerusalemme ebraica si raccoglie attorno alla memoria del Tempio costruito da Salomone 900 anni prima di Cristo e ristrutturato sotto Erode, di cui oggi i resti del muro di sostegno occidentale, conosciuti come Muro del Pianto, sono luogo santo per gli ebrei di tutto il mondo.

La Gerusalemme islamica esalta l’importanza del Nobile Recinto, la grande spianata su cui da quattordici secoli si ergono la Cupola della Roccia e la Moschea di Al Aqsa. E’ il primo vicario di Maometto ,Omar Ibn Katab, a voler costruire un santuario islamico sulla spianata dove era esistito il Tempio del Signore, attorno alla roccia dalla quale, appunto, il profeta era partito in viaggio per incontrare i suoi predecessori: Abramo, Mosè, Gesù. Per gli ebrei quella stessa roccia era stata probabilmente il luogo del Sancta Sanctorum, dov’era custodita l’Arca Santa con le Tavole della Legge e, secondo la tradizione, dove si trovava il paradiso in cui avevano vissuto Adamo ed Eva, nonché il punto dove Abramo sarebbe stato pronto a sacrificare il figlio Isacco, prova di fedeltà al Signore dalla quale scaturì il patto. (Anche i musulmani credono che su quella roccia Abramo si sia preparato a sacrificare il figlio: si sarebbe trattato non di Isacco ma di Ismaele).

Infine la Gerusalemme cristiana ha il suo massimo santuario nella Basilica del Santo Sepolcro, costruita nel 325 d.C. quando l’imperatore Costantino decise di onorare il luogo della sepoltura di Cristo. Da allora la chiesa ha visto ampliamenti e distruzioni, incendi incoronazioni e massacri: rimanendo anch’essa, nei secoli, testimonianza della fede di milioni di uomini.

Quando Omar entrò a Gerusalemme nel 637 d.C. era il Sepolcro l’unico luogo santo riconosciuto dai bizantini. Cacciati gli ebrei dopo la distruzione del Tempio da parte di Tito nel 70 d.C., si era voluto distruggere la memoria del loro santuario facendo delle sue rovine la discarica della città (ancora oggi la porta meridionale della città vecchia si chiama Porta della Spazzatura). La leggenda racconta che Omar volle cercare i resti del Maqdis, il tempio, e ripulirli con le proprie mani. Egli permise agli ebrei di ritornare a Gerusalemme: non pochi di loro lavorarono al grande cantiere della Cupola della Roccia.

Il vicario di Maometto dettò un esempio di convivenza, interrotto dai crociati, ripreso da Saladino, mantenuto dall’impero ottomano e dagli inglesi, spezzatosi nel 1949 con la divisione della città in due, tra giordani e israeliani; esasperatosi, pur nell’unità fisica, dopo il 1967, quando gli israeliani hanno preso il controllo di tutta la città.

Ogni nuovo conquistatore ha eretto i suoi santuari e monumenti, distruggendo a volte quelli degli altri; ha cacciato i concorrenti o ha permesso loro di convivere. La città però è rimasta fisicamente divisa una volta sola: dal 1949 al 1967. Fu il prezzo della terribile guerra scatenatasi al termine del mandato inglese tra nazionalisti ebrei e nazionalisti arabi. Con la spartizione della Palestina tra ebrei ed arabi proclamata dalle Nazioni Unite nel novembre del 1947, Gerusalemme era stata dichiarata corpus separatum. Un’entità a parte che, rimanendo la culla dei maggiori luoghi santi per le tre religioni monoteiste, avrebbe dovuto essere amministrata internazionalmente.

La decisione, accettata dagli ebrei, non accontentò gli arabi, i quali, rifiutando in blocco l’idea di spartire la Palestina con lo stato ebraico, attaccarono Israele. La battaglia si trasferì molto presto fino a Gerusalemme, dove l’armistizio del 1949 segnò, per la prima volta nella storia, una linea di confine che la divise in due: la città vecchia (raccolta nella cinta delle mura) e i quartieri orientali fuori delle mura furono annessi al neo regno giordano sotto il re Abdallah; il Monte Sion (dove si venera la tomba di re Davide, colui che 3000 anni fa fece di Gerusalemme una capitale) e le aree occidentali della città moderna furono affidate allo stato di Israele. L’unico passaggio rimase, per diplomatici e religiosi cristiani, la cosiddetta Porta di Mandelbaum, sui cui lati erano appostati i cecchini.

Gli ebrei, espulsi dalla città vecchia dove vivevano da secoli, dovettero accontentarsi di salire sul tetto della tomba di Davide, sul Monte Sion, per cercare di catturare con l’occhio almeno un piccolo scorcio del Muro del Pianto. Molti palestinesi, cacciati dai loro quartieri dell’area occidentale, cominciarono una lunga vita da profughi assieme ai fratelli evacuati o fuggiti da molti altri villaggi rimasti sotto Israele.

Un altro trauma per gli arabi della città sopraggiunse quando nel giugno del 1967, durante la "guerra dei sei giorni", le truppe israeliane occuparono la parte giordana e unificarono la città sotto lo Stato ebraico, proclamandola propria "capitale eterna". Per gli israeliani si era realizzato un sogno; per i palestinesi si trattava di uno shock che li avrebbe paralizzati per vent’anni, fino allo scoppio dell’intifada nel 1987, e poi di quella, ancora più violenta e difficile, del 2000.

Gli ebrei non cercarono mai di ricostruire il Tempio. Sono pochissimi i fanatici che continuano a minacciarlo. Gli israeliani si accontentano di pregare di fronte alle grandi pietre del Kotel, che in ebraico significa semplicemente il Muro. Sanno bene che la spianata è santa all’islam da dodici secoli. Quando i soldati israeliani la raggiunsero nel 1967 il generale Moshé Dayan ordinò di riconsegnarla nelle mani del Wakf, l’istituzione religiosa islamica, che da allora continua ad amministrare in modo indipendente il Haram. Così come i rappresentanti delle chiese proteggono i luoghi santi cristiani.

Il fatto tuttavia che il Muro del Pianto si trovi a ridosso del Haram ha creato nei secoli non pochi guai. Gli ultimi cento anni di storia della città sono seminati di incidenti tra fedeli ebrei e fedeli musulmani a causa di questo angolo sacro: ogni scavo, ogni minima variazione dello status quo, risveglia i sospetti reciproci e fa saltare i nervi agli uni o agli altri. Disordini gravissimi scoppiarono nel 1929, quando i nazionalisti arabi, guidati dal gran muftì Haj Amin Al Husseini, protestarono per un paravento introdotto dagli ebrei presso il Muro allo scopo di separare donne e uomini durante le preghiere. Fu l’inizio di una dura rivolta palestinese che causò centinaia di morti. Altri scontri li ricordiamo nel settembre del 1996, quando i palestinesi si ribellarono per l’apertura da parte del governo Netanyahu di un tunnel archeologico a ridosso della Spianata. I tumulti più recenti risalgono all’ottobre del 2000 e segnarono l’inizio del nuovo stato di guerra. Seguirono la visita sulla spianata di Ariel Sharon, allora capo del Likud e dell’opposizione, oggi – dopo oltre due anni di conflitto – a capo di Israele .

"Gerusalemme appartiene all’Eterno, quindi è di tutti"- ripetono oggi alcune voci moderate mosse dalla fede – “e proprio perché è di tutti non appartiene a nessuno".

E’chiaro a tutti che Gerusalemme raccoglie oggi, di fatto, due città: una israeliana (espansa a est e a ovest anche in quartieri “insediamento”sorti dopo il ’67) e una palestinese (discriminata in vari servizi pubblici e sociali); una ebraica (che prospera sotto uno stato ebraico) e una araba (che soffre di essere culturalmente in minoranza).

La sfida però non sembra quella di dividerla, quanto di condividerla. Per riuscirci, bisognerà conciliare: la battaglia dei palestinesi per annunciarvi la capitale di un loro stato indipendente, la determinatezza degli israeliani di mantenerla unita e loro, la preoccupazione dei cristiani perché siano protetti i luoghi di Gesù. Nonché l’aspirazione di tutto il mondo islamico perché il Nobile Recinto con le due moschee resti accessibile a tutti i suoi fedeli, e quella dell’ebraismo perché i resti del Tempio, simbolizzati dal Muro del Pianto, rimangano raggiungibili per gli ebrei di tutto il mondo.

La cronaca, aspra e desolante, ci presenta una missione impossibile. Ma se lo sguardo torna alla pietra, alla luce, al cielo spazzato dal vento, oppure si sofferma sui tratti e i gesti antichi di alcuni suoi abitanti, allora temporaneità e permanenza si fondono. A dire che la città più inquieta e complessa del mondo è fatta da sempre di una convivenza che non morirà mai.

* Simonetta Della Seta, giornalista e scrittrice, vive tra Gerusalemme e Roma.